Per innovare impariamo da smart cities come Londra, Oslo, Singapore, San Francisco

 
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Le città sono da sempre laboratori di innovazione. Pensiamo solo alla Firenze dei Medici, nel Rinascimento faro economico, tecno-scientifico e culturale per l’intera Europa. O alla Parigi illuminista. Questo è ancora più vero oggi, nell’era delle smart cities.

Città intelligenti, resilienti, che grazie alla loro capacità di innovare non temono la globalizzazione. Città in grado di vincere le grandi sfide dell’economia circolare, della competitività, della coesione sociale e civile, di trasporti pubblici efficienti e di strade sicure anche alle due del mattino.

Città che Roberto Panzarani racconta nel suo nuovo, agile saggio “Viaggio nell’innovazione: dentro gli ecosistemi del cambiamento , che accompagna il lettore nei grandi e piccoli luoghi della nuova economia globale della conoscenza (knowledge economy), decisiva per il nostro futuro. E il punto di partenza sono proprio le città. O meglio: le smart cities. Come Barcellona, che non è solo un eldorado del turismo e della cultura, ma un polo high-tech che ha puntato molto sugli open data e sulla mobilità sostenibile (ad esempio grazie a una modernissima flotta di autobus ibridi). Londra, seconda piazza finanziaria mondiale, ma anche città dove il bike-sharing elettrico è di casa, e dove il governo locale aggiorna in tempo reale i cittadini sullo stato della metropoli attraverso un portale con oltre 700 datasets. Oslo, città nordica che punta sull’auto elettrica e autonoma, e che vanta un eccellente sistema di illuminazione a led. San Francisco, una delle capitali tecnologiche del mondo, con i suoi nuovi quartieri ecologici, domotici e super-efficienti. Ma soprattutto Singapore, città-stato high-tech che, attraverso una fitta ragnatela di sensori, riesce a processare enormi quantità di dati collegati alla viabilità, allo smaltimento dei rifiuti, all’illuminazione.

R. Panzarani, Viaggio nell’innovazione. Dentro gli ecosistemi del cambiamento globale, Guerini e Associati, 2019

Le smart cities, naturalmente, non sono tutte uguali. Ci sono, per esempio, le net cities, che Panzarani descrive come centri flessibili in grado di relazionarsi sia alla propria popolazione sia ai flussi internazionali legati ai settori della finanza, dell’economia e della cultura. Esistono le città aperte, che danno la priorità alla trasparenza del loro operato, e scommettono sugli open data. Per non dimenticare le wiki città, le città creative, e le città senzienti, che hanno come fine quello di migliorare l’efficienza operativa e la sostenibilità dello sviluppo.

Il fenomeno è globale, e senza dubbio ha ai suoi vertici il Nord Europa, il mondo anglosassone e le metropoli dell’Estremo Oriente. Ma, come ricorda l’autore, esistono buone pratiche in ambito smart cities anche in Italia. A partire da Milano. Ma non vanno dimenticate Firenze, molto forte sui fronti dell’attrattiva turistico-digitale e della trasformazione digitale; Bologna, che brilla in settori come l’energia, il lavoro, la governance e la partecipazione civile; Torino, assai attenta agli open data; e realtà più piccole ma molto dinamiche quali Trento, Bergamo, Venezia, Parma, Pisa, Reggio Emilia, Udine.

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